Due ex studenti di Tracce premiati al Solinas

Siamo orgogliosi di annunciare che Chiara Aversa e Federico Amenta, ex studenti dei nostri corsi, hanno vinto la prestigiosa Borsa di Studio Claudia Sbarigia al Premio Solinas con il progetto POVERO CUORE, scritto insieme a Sofia Corbascio.

La giuria ha premiato il talento con cui gli autori hanno saputo raccontare i personaggi e l’universo femminile, motivando così la scelta:

“Ironia e passione, amore e disperazione accompagnano le fatiche di Brenda, la protagonista di Povero Cuore, che come molte altre donne prima di lei deve imparare a fare proprio un destino che non avrebbe mai scelto. Nel farlo, insegna a noi credere alle favole anche di fronte alla più dura realtà, a essere semplici nei momenti più complicati e a ridere anche quando da ridere non ci sarebbe niente.”

Chiara e Federico si sono conosciuti anche grazie al comune percorso formativo presso Tracce, iniziando a collaborare dopo aver frequentato i corsi. La loro vittoria è un motivo di grande soddisfazione per la nostra scuola!

Inoltre, va ricordato che Chiara Aversa si era già distinta vincendo una borsa di formazione al Premio Mattador, un ulteriore riconoscimento al suo percorso artistico e professionale.

La premiazione si è tenuta nella serata di mercoledì 11 dicembre, celebrando il lavoro e la creatività di questi giovani autori che rappresentano una nuova generazione di narratori appassionati.

 

Anche tu sogni di scrivere per il cinema?

Sono aperte le selezioni per la prossima edizione del corso Scrivere un Film in partenza a fine gennaio. Scopri come partecipare e trasforma la tua passione in realtà.

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Ti aspettiamo!

Scrivere un film…in Puglia! A marzo 2019 la prima edizione del Corso di Sceneggiatura di primo livello

Tracce arriva in Puglia con la prima edizione del Corso di Sceneggiatura, Scrivere un film, in collaborazione con il produttore cinematografico Attilio De Razza (David di Donatello 2017 per il film Indivisibili) e La Fabbrica 8.

 

Il corso si svolgerà negli spazi della Fabbrica 8 a Nardò, Lecce a partire da marzo 2019, durerà circa 8 weekend per un totale di 64 ore di corso e vedrà la partecipazione dei docenti di Tracce, gli sceneggiatori Graziano Diana, Heidrun Schleef,  lo story editor Gino Ventriglia, lo sceneggiatore e regista Edoardo De Angelis, il montatore Claudio Di Mauro, la scrittrice e sceneggiatrice Ilaria Macchia, il produttore Attilio De Razza e il produttore premio Oscar Nicola Giuliano.

Il corso avrà le stesse caratteristiche dei corsi di sceneggiatura tipici di Tracce, giunti alla 26esima edizione in quindici anni di attività.

 

Nella prima parte del corso, i docenti insegneranno le tecniche e gli strumenti base per la creazione di un progetto cinematografico professionale: l’idea, il soggetto, la scaletta, il trattamento e la sceneggiatura. Saranno analizzati soggetti, trattamenti e sceneggiature di film celebri tratti dall’archivio di Age e Scarpelli, come La banda degli onesti, L’armata Brancaleone, e C’eravamo tanto amati, e di altri film tratti dall’archivio personale dei docenti. Sarà oggetto di studio, in particolare, il prezioso materiale originale dell’archivio di Age, uno dei decani degli sceneggiatori italiani (se non sapete chi è Age, non iscrivetevi a questo corso).

 

Nella seconda parte del corso, gli studenti presenteranno la loro idea, che potrà essere frutto della loro fantasia o tratta da un romanzo, racconto, saggio o altra opera letteraria e, in gruppi di due o tre, procederanno alla realizzazione di un soggetto originale e professionale che sarà poi presentato a Nicola Giuliano, produttore premio Oscar per La Grande Bellezza.

 

 

Le iscrizioni sono a numero chiuso, i partecipanti saranno al massimo venti per dare la possibilità ad ogni corsista di poter essere adeguatamente seguito dai docenti. Al termine del corso a tutti i partecipanti verrà rilasciato un attestato di partecipazione.

Le lezioni si svolgeranno negli spazi della Fabbrica 8, via Carducci 34, Nardò (Lecce), suddivise in sedici lezioni da quattro ore ciascuna, che si terranno durante otto week-end: il venerdì pomeriggio, dalle 16 alle 20, e il sabato mattina successivo, dalle 10 alle 14. Un week-end ogni tre settimane.

 

Il programma in dettaglio:
– L’idea narrativa e il tema.
– Il soggetto: arco narrativo e biografie dei personaggi.
– La struttura in tre atti.
– Il punto di vista.
– Il colpo di scena.
– La scaletta.
– Il trattamento.
– I trucchi del mestiere: suspense, rimonta.
– La sceneggiatura: i dialoghi.
– Proiezioni di film e analisi con l’autore.
– Esercitazioni scritte.
– Confronto tra la sceneggiatura di un film e il film girato e montato compiuto dallo stesso montatore

 

Termini e modalità d’iscrizione. Il termine per iscriversi è il 31 gennaio 2019. L’iscrizione è subordinata ad un colloquio di ammissione con gli organizzatori, Luca De Benedittis e Laura Soro, finalizzato ad accertare motivazioni personali e livello di conoscenza di base del cinema, necessarie per poter partecipare con profitto al corso. Gli aspiranti corsisti verranno contattati per fissare la data del colloquio preliminare.

Il costo del corso è di 900,00 euro. È possibile pagarlo in tre rate. L’iscrizione si riterrà perfezionata al versamento della prima rata.

Iscrizioni e informazioni: compilare il modulo in questa pagina, oppure telefonare ai numeri 349-7266758 \ 346-4901058 oppure scrivere a traccesnc@gmail.com

Come scrivo i miei film. Paolo Sorrentino e le conseguenze dell’immaginazione

“La cosa peggiore che può capitare ad un uomo che trascorre molto tempo da solo, è quella di non avere immaginazione. La vita, già di per sé noiosa e ripetitiva, diventa in mancanza di fantasia uno spettacolo mortale. Prendete questo individuo con il papillon: molte persone nel vederlo si divertirebbero a congetturare sulla sua professione, sul tipo di rapporti che intrattiene con queste donne; io invece, vedo davanti a me solo un uomo frivolo. Io non sono un uomo frivolo, l’unica cosa frivola che possiedo è il mio nome: Titta Di Girolamo”.

 

In questo monologo di Titta De Girolamo, il protagonista de Le Conseguenze dell’Amore, secondo film di Paolo Sorrentino, c’è forse tutto l’anti-Sorrentino, un uomo che non sa immaginare e che perciò non vede niente di interessante attorno a sé. Titta Di Girolamo è un uomo solo, che vive in un albergo, che lavora per la mafia essendone prigioniero e che decide di ribellarsi senza un vero perché. Ma sopratutto lo fa senza pensare alle conseguenze. Probabilmente perché non riesce a immaginarle.

 

come scrivo i film cinema paolo sorrentino le conseguenze dell'amore toni servillo
Toni Servillo è Titta Di Girolamo ne “Le Conseguenze dell’amore”.

 

Paolo Sorrentino invece, immagina tutto. Conseguenze e antecedenze, un prima e un dopo, digressioni e rimandi, cause ed effetti. In ogni suo film c’è tanto da vedere, sentire e percepire, e nonostante questo c’è anche la sensazione che ci sia dell’altro, che si intravede appena, si sospetta, si intuisce, e del quale se ne vorrebbe sapere di più.

 

Nicola Giuliano, suo primo produttore, racconta spesso ai corsisti di Tracce cosa ha pensato quando ha letto per la prima volta un soggetti di Sorrentino: “capisci che ha un mondo dentro”. Per cui non ti chiedi, come invece fai, rispetto ad altri autori, se sarà in grado, dopo aver scritto un bel soggetto, di scrivere anche una bella sceneggiatura.

 

“Almeno per me – ha detto Paolo Sorrentino – ogni film è un tentativo di svelare un mistero. Scrivere per il cinema significa anzitutto mettere in scena il proprio mondo. E prima di scrivere, bisogna capire se si ha questo universo da raccontare, che ovviamente abbia la sua originalità, che non sia convenzionale o banale”.

 

Ultimo di tre figli, nove anni di distanza dal fratello, e 14 dalla sorella, Paolo Sorrentino vive una infanzia e adolescenza come un figlio unico, a stretto contatto solo con i suoi genitori dei quali osserva la vita, le amicizie, gli incontri, le feste. Il passato è fonte di ricordi da elaborare per trasmetterli ai suoi personaggi.

 

“Da bambino ero quasi condannato a osservare, perché di persone della mia età con le quali interagire non ce n’erano poi molte. Stavo con i miei genitori e con i loro amici. Se i grandi mi rivolgevano la parola era per coccolarmi in maniera un po’ paternalistica. Ho trascorso un tempo che nel ricordo mi appare infinito, a vedere mio padre giocare a carte seduto su uno sgabellino. Guardando una partita di poker tra adulti si impara tantissimo: le allusioni, gli sfottò, le dinamiche del gioco, le psicologie. Gli amici di mio padre erano estremamente simpatici. Il poker implica delle attese e l’attesa stimola il parto della follia degli esseri umani. Potrei parlarne per ore. Alcune follie che li riguardavano le ho saccheggiate mettendole nei personaggi dei film“.

 

Il cantante confidenziale del suo primo film, L’Uomo in più, quel Tony Pisapia interpretato da Toni Servillo e più tardi protagonista del primo romanzo di Sorrentino, Hanno tutti ragione con il nome di Tony Pagoda, viene in parte proprio da quelle serate tra cinquantenni con un ragazzino ad osservarli.

 

 

“Il sabato sera, i miei invitavano gli amici a casa, mettevano un disco di Califano o Sinatra e ballavano i lenti. Io, bambino, li guardavo incantato. Ho fatto il mio primo film, storia di un cantante confidenzia­le, perché mio padre ascoltava Califano. Ho trasfigurato mio padre o gli amici di mio padre, cosa che ho fatto anche nella Grande bellezza. Essere figlio di genitori molto grandi mi ha aiutato ad osservare. Mi ero creato un mio bacino di immagini, un mio bacino affettivo nei confronti di questi adulti che oltretutto avevano delle regole precisissime: le donne giocavano a conchè, gli uomini giocavano a poker. E tutto questo mi è servito”.

 

Oltre alla memoria delle persone, c’è quella dei luoghi. Luoghi che a volte causano paure che ci porteremo dietro per tutta la vita.«Con i ragazzini del palazzo andammo a esplorare salgarianamente un palazzo davanti al nostro condominio. Dal piano terra iniziavano i normali appartamenti, ma il garage era da anni un cantiere semiabbandonato. Nel buio, dal nulla, all’improvviso uscì una donna vestita di nero e ci inseguì urlando con una scopa. Per me e per altri due bambini fu uno choc e trascorse tanto tempo perché riuscissi ad addormentarmi come prima. Ci dissero che erano tossicodipendenti, per me erano fantasmi. Per addormentarmi avevo bisogno che in casa ci fosse mio fratello. Sapevo che prima o poi mi avrebbe raggiunto in camera. Ma mio fratello era un grande nottambulo, uno che per gran parte della sua vita è tornato alle 5 del mattino, un uomo misterioso. Uno dei dibattiti più accesi, in casa, era imperniato su cosa facesse in giro ogni notte fino all’alba. Mia madre meditava di pedinarlo. Io lo aspettavo. Fino a quando non sentivo la chiave entrare nella toppa restavo con gli occhi sbarrati. Avevo dieci anni ed è allora che ho percepito la paura e la necessità di venire a patti con essa”.

 

Personaggi, azioni, luoghi, e anche suoni. “Quello del battere del coltello che mia madre usava per tagliare gli gnocchi. C’erano rumori rassicuranti e rumori misteriosi. Quello che tutte le sere alle 9 proveniva dal piano di sopra non si è mai capito da dove arrivasse. Era come una biglia che rimbalzava sul pavimento. Ma quando chiedevamo spiegazioni alla proprietaria dell’appartamento lei cadeva regolarmente dalle nuvole. ‘Biglie? Ma vi pare?’. L’inspiegabile ha alimentato la mia assoluta convinzione nell’esistenza dei fantasmi. Mia moglie mi prende sempre in giro per questa mia certezza”.

 

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Il Divo. Toni Servillo interpreta Giulio Andreotti

 

Ma come si riesce a pescare dal proprio passato e ad estrapolarne gli elementi di un racconto odierno? “La malinconia è l’ideale per pescare le idee dal tempo dell’infanzia. Chi disse che ciò che accade di definitivo nella vita, succede entro gli undici anni? Per me è andata proprio così. Anche Il Divo è nato dalla suggestione di un ragazzino che vedeva continuamente Giulio Andreotti in tv. Quell’ uomo, evidentemente, aveva colpito molto il mio immaginario, forse perché per me coincideva con il lupo mannaro che, secondo quel che allora usavano dire magari scorrettamente i genitori, poteva comparire all’ improvviso in fondo al corridoio. Per Le conseguenza dell’ amore, andò allo stesso modo. Se ci si pensa bene,i bambini vivono ampi varchi di noia e di solitudine. E io ho capito che la solitudine di quando ero bambino si poteva trasferire a un uomo di cinquant’ anni. Quel film si sarebbe potuto chiamare Le conseguenze della solitudine“.

 

 

Pescare dalla propria infanzia ma anche dal passato recente. “Per La Grande bellezza ho fatto proprio questo. Questo film volevo farlo almeno vent’anni fa, quando da ragazzo venivo a Roma per lavorare e bazzicavo bar legati alla televisione e vedevo tutto il mondo che non esitava a frequentare quelle forme di squallore che io trovavo meravigliose e che mi hanno sempre suggestionato molto. Dirigenti che cercavano di abbordare le ragazze giovani, cose molto miserabili che su di me avevano una presa forte. Facevo un mio archivio di cose romane e di contesti per me misteriosi: la televisione, il Vaticano, la politica, queste feste mondane, tutte cose che non conoscevo venendo da Napoli, e che mi affascinavano e che ho voluto conoscere attraverso il film”.

 

 

Anche nel suo primo film americano, This must be the place,  ricorrono ricordi e immaginari: “Volevo misurarmi in maniera spudorata e spericolata con tutti i luoghi iconografici del cinema che mi hanno fatto amare questo lavoro sin da quando ero ragazzino: New York, il deserto americano, le stazioni di servizio, i bar bui coi banconi lunghissimi, gli orizzonti lontanissimi. I luoghi americani sono un sogno e, quando ci sei dentro, non diventano reali, ma continuano ad essere sogno. Questa stranissima condizione di continua sospensione dalla realtà mi è accaduta solo negli Stati Uniti”.

 

In quale momento tutti questi ricordi, frammenti di immagini, suoni, emozioni diventano scrittura? “La scrittura è un’altra cosa. Richiede, se non si vuole fare solo puro intrattenimento coi colpetti di scena, una moltitudine di sfaccettature, un’immersione nella vita passata e presente, insomma un complesso di coincidenze e talenti che potrebbero corrispondere all’intelligenza. Naturalmente, questa convergenza è rara e dunque si hanno sempre, a tutte le latitudini, molti bravi registi e pochi, capaci scrittori di cinema. Da sempre tengo da parte osservazioni, spunti, ritagli, cose che mi hanno raccontato. Per La Giovinezza ad esempio, in questa banca della memoria c’erano due reperti che hanno cominciato a lampeggiare. Uno era un fatto di cronaca: la regina Elisabetta aveva invitato Riccardo Muti a Buckingham Palace, ma non si erano messi d’accordo sul repertorio e lui non andò. La cosa mi colpì, perché da buon provinciale pensavo che alla regina non si potesse dire di no, ma Muti, napoletano come me, evidentemente si era sprovincializzato prima. La seconda era il ricordo di una cena con due uomini anziani che si erano messi a parlare di una ragazza di sessant’anni prima, ognuno voleva sapere se l’altro c’era stato. Non è che litigassero, ma si avvertiva una certa frizione”.

 

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Michael Caine e Harvey Keitel in Youth, La Giovinezza

 

E quando i ricordi diventano un vero e proprio film? “Il film non nasce dallo studio di una materia, a me vengono in mente dei personaggi più che delle trame. Una volta che individuo un universo, intraprendo una fase di documentazione. È un lavoro che faccio in maniera molto ossessiva, ma non appena vedo che l’eccesso di conoscenza del tema del film va a impoverire la mia immaginazione mi fermo. Infatti, ho la conoscenza delle cose imprecisa e incompleta. Ad esempio per La Grande bellezza cominciai ad andare alle feste, ma dopo essere stato a tre feste non andai più perché stava diventando una routine. Preferisco idealizzare certi mondi e riproporli così. E sono anche convinto che questo mi avvicini alla verità molto di più. L’Italia è un paese meraviglioso, gravida di un campionario umano vastissimo, eterogeneo, intelligentissimo, cialtrone, ironico o estremamente serioso“.

 

E alla fine ogni film è una sorta di terapia psicologica, un andare a ritroso per ritrovare sé stessi. “Io credo che sapere troppo di sé stessi sia pericoloso. E anche un po’ inutile. In fondo all’anima, rischi sempre di trovare un essere umano bolso e appesantito. E non ci sono diete per migliorare il sé. Sì, probabilmente avrei avuto bisogno, come tanti, di andare in analisi, ma ho sempre evitato. Non è detto che poi ci trovi chissà quale rivelazione su di te. Potresti anche rischiare di non trovare niente”.

cinema sorrentino come scrivo i film
Paolo Sorrentino. (Foto Pietro-Luca-Cassarino-wikimedia creative commons)

 

Qualche anno fa, parlando del passato e della perdita dei suoi genitori quando era ancora adolescente, Sorrentino disse: “Avevo sedici anni e fu una tragedia indescrivibile. Le parole che conosco non sono adatte. Servirebbero le immagini, la disinibizione e il coraggio. Servirebbe un film. Ma non è detto che, nei prossimi anni, non vinca il pudore e racconti di questo. Anche se sono trascorsi tanti anni, ci vuole tempo per ponderare, vincere le resistenze”.

 

E a giudicare da quello che sappiamo dell’ultimo film appena finito di girare, La mano di Dio, ambientato a Napoli, proprio negli anni di Maradona e del Sorrentino adolescente, film di cui non si sa nulla, ma che forse sarà un ulteriore tassello nel passato di un ragazzo in cui mettere definitivamente ordine. Lo vedremo.

 

Le dichiarazioni di Paolo Sorrentino sono tratte dalle seguenti interviste:

http://farefilm.it/persone/ogni-film-svela-un-mistero-paolo-sorrentino-si-racconta

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/12/06/paolo-sorrentino.html

https://www.repubblica.it/venerdi/interviste/2016/01/15/news/confessioni_di_un_anziano_quarantenne_paolo_sorrentino-137890679/

https://www.vanityfair.it/show/cinema/2020/05/20/intervista-paolo-sorrentino-inconsolabile-tristezza-degli-adolescenti

 

Successi Tracce, Federico Francioni vince il Festival di Torino con Rue Garibaldi

Per aver raccontato, con delicatezza, onestà e vicinanza, la storia di due persone, una sorella e un fratello, in un momento di definizione delle loro vite partecipando dei loro sogni e delle loro frustrazioni. Per averci fatto vivere il loro rapporto con il mondo esterno e la città lontana, pur restando chiusi all’interno dell’intimità del loro spazio domestico che diventa rifugio. Una Storia contemporanea, che ci riguarda tutti, fatta di origini che si intrecciano con un futuro da dover ancora scrivere“.

Alla già lunga lista di corsisti Tracce che hanno iniziato una carriera nel mondo del cinema, si aggiunge un altro nome: Federico Francioni, ex corsista di Regia e Sceneggiatura.

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Dario Gorini ci ha lasciati

 

È con immenso dolore che apprendiamo dell’improvvisa scomparsa di Dario Gorini, autore, regista, produttore, docente di scrittura e interpretazione anche qui a Tracce.

 

In questi anni Dario ha seguito aspiranti autori e attori sempre con il massimo calore e con la sua grande umanità e professionalità. Ci mancherà enormemente.

 

Rivolgiamo alla famiglia le nostre più sentite condoglianze.

 

Laura Soro
Luca De Benedittis
Tutto lo staff di Tracce.

Elettra Raffaela Melucci: raccontare il reale attraverso il documentario

Elettra Raffaela Melucci, sceneggiatrice e documentarista, racconta come la scuola di cinema Tracce abbia trasformato il suo approccio alla scrittura e l’abbia guidata verso il mondo del documentario. In questa intervista, ci conduce attraverso il suo percorso, dal valore del racconto autentico fino all’ultimo progetto dedicato alla comunità transgender di Napoli con cui ha lavorato insieme al regista Giovanni Battista Origo.

 

  1. Elettra, cosa significa per te scrivere oggi, e come Tracce ha influenzato il tuo percorso verso il documentario?

Scrivere per me è un mestiere, una disciplina, ma anche un modo per capire dove stanno andando i miei pensieri. Tracce è stato il mio turning point: mi ha insegnato che la scrittura non è solo passione, ma un lavoro che richiede studio, strumenti e confronto. È lì che ho imparato a indagare la realtà, a osservare con attenzione.

Quando mi sono iscritta, non cercavo una svolta, ma conferme e competenze. Grazie a lezioni come quella di Giorgio Arlorio – “Studiare per conoscere e guardarsi intorno” – ho iniziato a capire quanto fosse importante il legame tra scrittura e realtà. Questo principio mi ha guidato verso il documentario.

  1. Cosa rappresenta per te il documentario rispetto ad altri linguaggi cinematografici?

Il documentario è uno strumento di indagine e di confronto. Non si tratta solo di raccontare, ma di entrare in relazione con le persone, ascoltarle, e costruire insieme un dialogo; trovare tra me autore e te persona un canale di comunicazione, assolutamente non invadente e rispettoso. E quando le persone ti aprono le porte, si aprono, per farti conoscere la loro realtà, è bellissimo. Per me non vale la pena fare arte solo per l’amore dell’arte: il cinema, e in particolare il documentario, deve essere al servizio della società. Poi ci sono zone della realtà che non richiedono l’intervento della finzione, e quelle sono le storie che voglio esplorare.

  1. Da pochi giorni si sono concluse le riprese dell’ultimo progetto, dedicato alla comunità transgender. Come hai sviluppato questo lavoro?

La parte più sfidante alla quale ho lavorato con Giovanni Battista Origo coregista dell’opera e mio collaboratore creativo, è stata costruire un contesto accogliente e privo di forzature per le protagoniste.

Ogni persona intervistata racconta la propria storia all’interno di un momento, un piccolo contesto di finzione costruito da me e Giovanni. C’è stato un grande lavoro di contatti, relazioni, scambi e infatti vogliamo ringraziare Loredana Rossi che è la presidente dell’Associazione Transessuali Napoli, una persona meravigliosa, e anche Porpora Marcasciano, consigliera comunale a Bologna (seconda donna trans consigliera comunale a Bologna). Senza il loro prezioso aiuto e senza il loro confronto, non saremmo riusciti a portare a termine il progetto.

In ogni incontro la promessa era di non invadere la vita delle persone: “raccontateci quello che vi sentite, perché il documentario lo fate voi, non noi”. Le interviste, i loro racconti, sono stati un atto di fiducia reciproca a cui hanno risposto tutte con una generosità sconfinata e siamo molto contenti.

Il nostro obiettivo era far emergere un discorso unitario e organico. Questo documentario, infatti, non è rivolto solo a chi conosce già il mondo transgender, ma soprattutto a chi lo giudica o lo mina. Vogliamo che queste storie autentiche facciano riflettere chi guarda, portandolo a confrontarsi con i propri pregiudizi. È stato un lavoro emotivamente impegnativo, ma mi ha fatto crescere moltissimo, un confronto che mi ha aiutato anche a rivedere la mia dimensione umana e professionale.

  1. Quali sono i tuoi progetti precedenti e come ti hanno portata al documentario?

Ho iniziato con la fiction e i cortometraggi, sempre in collaborazione con Giovanni. Uno dei nostri primi lavori, Il Sacro Graal, è stato un episodio di un film collettivo In bici senza sella distribuito al cinema e su Sky, che ci ha dato molta visibilità. Poi c’è stato La notte del professore, un corto a cui sono particolarmente legata per la sua storia di solitudine e comunità. Poi qui abbiamo lavorato con dei professionisti di un certo livello come Benedetta Buccellato, Renato Scarpa, Vittorio Viviani.
Pur amando la fiction, mi sono resa conto che alcune realtà sono più interessanti così come sono, senza bisogno di essere reinventate. Questo mi ha portata al documentario, un linguaggio che mi consente di giocare con la realtà e, allo stesso tempo, rispettarla.

  1. Che ruolo hanno avuto i docenti e le lezioni di Tracce in questo tuo percorso?

I docenti di Tracce sono stati fondamentali. Giorgio Arlorio, con il suo invito a studiare e conoscere, mi ha trasmesso un metodo di lavoro che applico ancora oggi. Mattia Torre, la naturalezza con cui approcciava a noi, mi ha insegnato il valore della leggerezza nella scrittura: non prendersi troppo sul serio, farsi comprendere, è fondamentale per evitare che la scrittura diventi autoreferenziale.
Anche Luca, con il suo approccio pragmatico, mi ha dato consigli tecnici molto concreti sul documentario, dimostrandomi che non si tratta di un linguaggio distante, ma di un mezzo che potevo fare mio. Mi ha anche ricordato quanto è importante divertirsi, in questo lavoro. Le lezioni, insomma, non sono state solo tecniche, ma anche umane: mi hanno aiutata a costruire un’identità professionale solida e consapevole.

  1. Quali sono i tuoi prossimi passi come documentarista e sceneggiatrice?

Sto lavorando su un nuovo documentario dedicato al mondo del lavoro nelle carceri, un progetto complesso che richiede tempo e un’attenta costruzione. Voglio continuare a esplorare la realtà, raccontando storie che abbiano un senso profondo e un impatto reale.

La mia arma principale resterà sempre la scrittura e il documentario mi ha insegnato che è possibile costruire un ponte tra la mia visione e quella delle persone che racconto. È un processo di continuo scambio, e credo che questa sia la parte più affascinante del mio lavoro.

 

Anche tu sogni di scrivere per il cinema?

Sono aperte le selezioni per la prossima edizione del corso Scrivere un Film in partenza a fine gennaio. Scopri come partecipare e trasforma la tua passione in realtà.

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Ti aspettiamo!

Scrivere un film. I corsi di sceneggiatura di Tracce al via a maggio 2019

Scriviamo un film con i migliori professionisti del cinema

Partono a maggio 2019 i principali corsi della scuola di cinema Tracce: “Dall’idea al Soggetto”, giunto alla sua XXVIII edizione e “Dal soggetto alla sceneggiatura“, giunto alla sua XX edizione.

 

Quest’anno c’è una grande novità: si unisce ai docenti il regista Daniele Luchetti (“Il Portaborse”, “La scuola”, “Mio Fratello è figlio unico”, “Io sono tempesta” e, appena uscito, “Momenti di Trascurabile felicità”.

 

Entrambi i corsi vedono la partecipazione di celebri sceneggiatori del cinema italiano da Graziano Diana, “Un eroe Borghese” e “Ultrà”, a Heidrun Schleef sceneggiatrice de “La stanza del Figlio”. Da Andrea Molaioli regista de “La Ragazza del lago” e “Suburra la serie”, a Denis Rabaglia regista del recente “Un nemico che ti vuole bene”. Dallo story editor Gino Ventriglia, responsabile dei progetti di fiction di Mediaset e altri canali televisivi al montatore Claudio Di Mauro, uno dei massimi montatori del cinema italiano, fino a Mario Sesti, uno dei più noti critici cinematografici e curatore di rassegne e anch’egli regista di documentari.

 

Corso di sceneggiatura di primo livello

Il corso base, “dall’Idea al Soggetto” fornisce le basi tecniche per la realizzazione di un soggetto cinematografico professionale, idoneo ad essere presentato ad un produttore. E anche quest’ultima fase, l’analisi del soggetto da parte del produttore viene affrontata con una simulazione didattica del tutto simile alla realtà, con un vero produttore, il premio Oscar 2014 per La Grande Bellezza, Nicola Giuliano, della Indigo Film.

 

Il corso base si rivolge a chiunque, senza limiti di età o di titoli di studio, abbia forte passione per il cinema e intenda entrare in possesso di una formazione professionale solida e certificata per poter poi realizzare propri progetti cinematografici.

L’unico requisito richiesto è la motivazione e la voglia di mettersi in gioco in un percorso in cui il corsista sarà seguito e affiancato passo per passo da veri esperti e professionisti del cinema italiano.

Programma dettagliato del corso

Corso di sceneggiatura di II Livello

Il corso di II livello “Dal Soggetto alla Sceneggiatura” è riservato a coloro che sono già in possesso delle nozioni di base della scrittura di un film e intendono produrre un soggetto e svilupparlo arrivando fini alla realizzazione di una sceneggiatura completa di lunghezza standard.

 

 

I corsisti, riuniti spontaneamente in gruppi di due/tre persone, procedono preliminarmente alla stesura di un soggetto che viene poi analizzato dal premio Oscar Nicola Giuliano della Indigo Film. Una volta ottenuto il “via libera” alla realizzazione della sceneggiatura, proprio come avviene nella realtà, i corsisti procedono, sempre seguiti passo per passo dai docenti alla realizzazione di trattamenti di 40 pagine e infine, in sceneggiature di 90-100 pagine.

 

Le sceneggiature realizzate saranno valutate sia da Nicola Giuliano che da Gianni Chiffi e Consuelo De Andreis, dell’agenzia Volver, i quali sceglieranno i progetti migliori da sottoporre all’attenzione delle principali case di produzione cinematografica nazionali.

 

Il corso è riservato ad allievi di qualsiasi età e di titolo di studio, già in possesso di conoscenze cinematografiche di base (analoghe a quelle insegnate nel corso di primo livello) da esibire in sede di colloquio con gli organizzatori (soggetti già scritti, cortometraggi scritti/diretti/prodotti ecc).

Programma dettagliato del corso

 

Se il cinema è il tuo sogno e vuoi realizzarlo al massimo delle possibilità, i corsi di cinema di Tracce sono la tua occasione.

Dall’anno della sua fondazione, il 2003, Tracce ha formato registi, sceneggiatori, documentaristi, story editor che oggi lavorano a tempo pieno nell’industria cinematografica. Come nel caso di Guido Lombardi, che ha già scritto e diretto due film e sta per uscire un terzo, il Ladro di Giorni scritto proprio a Tracce e acquistato da Nicola Giuliano in sede di lettura della sceneggiatura.  

 

 

Leggi la pagina dei Nostri corsisti per avere una idea.

Ti aspettiamo! Per info, contatti e iscrizioni compila il modulo specificando a quale corso sei interessato/a. Ti rispondiamo subito.

 

Come scrivo i miei film: i fratelli D’Innocenzo, dalla Terra dell’Abbastanza a Favolacce

Damiano e Fabio D’Innocenzo sono degli autodidatti del cinema.

 

A tre anni vivevano a Campo Jemini, che è una frazione di Pomezia: “oggi ha perso tutto quello che aveva: i campi di grano immensi, i piccoli fiumiciattoli; era veramente meravigliosa”. Poi la famiglia si è trasferita ad Anzio, poi a Lavinio infine a Nettuno. “Stavamo con tutti, con cugini e zii, e la periferia era sempre lì, nelle nostre vite, ma molto meno di quanto è stato detto. Addirittura sono arrivati a chiederci se abbiamo mai visto uccidere qualcuno, e noi costretti a dire: no, mai”.

 

scrivere film, il cinema dei fratelli D'Innocenzo
Fabio e Damiano D’Innocenzo

 

Come scuola superiore hanno fatto l’Alberghiero. Ma non erano interessati né al turismo né alla ristorazione. “Non ci è servito assolutamente a niente; forse, solo ad annoiarci. Andavamo a scuola con il pigiama sotto i jeans. E quando tornavamo a casa, ci toglievamo i jeans, ci buttavamo sul letto e cominciavamo a disegnare e a scrivere con la televisione in sottofondo: mettevamo Italia 1, e guardavamo I Simpson“.

 

Finito “tristemente” l’Alberghiero, decidono di venire a Roma. “E più precisamente: ai margini di Roma, perché lì le case costano di meno”. Tor Bella Monaca. Anzi, “il Principato di Tor Bella Monaca, e quel principato era la nostra famiglia”.

 

 

Scrivere è sempre stata un’estensione di quello che siamo. La prima volta che abbiamo pensato di scrivere non avevamo nessun motivo particolare. Non c’era l’idea che quelle sceneggiature, poi, sarebbero diventate qualcos’altro. Noi volevamo solo scrivere il nostro film, quello che ci avrebbe fatto piacere vedere. Eravamo ancora estremamente ignoranti su come funziona l’industria del cinema”.

 

Intanto guardano tanto, tantissimo cinema. Con tutti i mezzi: “Ci saremo visti almeno tremila film senza pagare nella forma classica. Posso vedermi gratuitamente tutti i film di Haneke: basta un pc e un buon antivirus. Poi esce il suo libro di interviste e vado a spendere 30 euro per comprarlo. Il soldo fine a se stesso gira, capisci? Se qualcosa ti rende l’occhio grato e il pensiero riconoscente, quella fottuta mano afferrerà quel fottuto portafogli, quando ne avrà la possibilità“.

 

A 19 anni hanno già nel cassetto le sceneggiature di La Terra dell’abbastanza e di Favolacce, ma farli leggere ad un produttore è durissima. A vent’anni cominciano a lavorare nel mondo del cinema italiano. “Mimmo Calopresti, Alex Infascelli, Daniele Luchetti e Massimo Gaudioso si erano interessati a quello che scrivevamo, e cercavano di darci dei consigli. E ci avevano anche chiesto di collaborare con loro. E quindi, ecco, abbiamo cominciato a lavorare insieme a belle persone che facevano un bel cinema. Abbiamo iniziato a capire come un regista deve affrontare i problemi produttivi e tutte le cose che avvengono prima di un ciak. In quel periodo abbiamo lavorato come ghostwriter, ed è stato molto importante per noi. Non abbiamo nessun rancore per non aver firmato le sceneggiature di alcuni film. Q quello che ci serviva era entrare in punta di piedi in questo mondo, e fare la gavetta”.

 

L’occasione arriva con Matteo Garrone: Lo incontriamo in un terribile ristorante di cucina fusion. Ricordo che a un certo punto spuntò quest’uomo, questo torello, con il giubbotto di pelle, e noi lo riconoscemmo subito e andammo ad abbracciarlo. Parlammo dei suoi film, di Primo Amore, di quanto per noi sia stato sottovalutato. Passammo circa tre ore e mezza insieme, e lui si sentì quasi obbligato, credo, a invitarci a casa sua il giorno dopo. Andammo da lui con due copioni de La terra dell’abbastanza, che onestamente penso non abbia mai letto… Eravamo pieni di speranza, convinti di aver ottenuto chissà cosa. E invece quel giorno non facemmo altro che aiutarlo a portare un televisore dagli Studios De Paolis a casa sua. Poi ci salutammo e pensammo che sarebbe finita lì; invece ci ricontattò dieci giorni dopo, dicendoci che voleva una mano con Dogman. Senza di lui, forse, adesso staremmo ancora cercando di girare il nostro primo film. Quando si è sparsa la voce che stavamo lavorando con lui, sono stati i produttori a chiamarci. Si è completamente ribaltata la prospettiva“.

 

 

“Al tempo de “La Terra dell’Abbastanza” c’erano due vie malsane per instradare il film in termini di comunicazione: buttarci sull’addizione e sfruttare una corrente (che non c’è mai stata) oppure fare l’opposto, urlando screanzati robe patetiche come “noi siamo diversi”. Per pigrizia e per astuzia, non abbiamo fatto nessuna di queste due cose. Il cinema non è un magheggio da classifica e l’originalità è sempre nel punto di vista.

 

 

“Noi partiamo da un punto di vista. Poi pensiamo a trovare la storia che meglio possa dare al punto di vista un terreno largo, lungo e familiare e fertile e senza scuse. Solitamente, se la storia e il punto di vista sono precisi, la sceneggiatura arriva come resto doveroso: te la trovi già sul tavolo“.

 

Sul set devi riscrivere il film con gli attori, con la luce, con una spazialità definita, con una quotidianità di squadra: matita non serve più. È il momento in cui il pezzo di carta diventa un pezzo di vita e devi essere in ascolto. Spesso lasciamo, senza rimpianti, la sceneggiatura in camerino”.

 

“Noi non dividiamo mai in letteratura alta o bassa; per noi c’è tutto. Quello che rende interessanti gli autori è la loro capacità di saper prendere tutto da tutti, e di non fermarsi. Perché a un certo punto rischi di impigrirti, di ripetere, di fare sempre la stessa cosa. Topolino è una lettura imprescindibile, e lo sono anche i Peanuts. Alla nostra squadra non abbiamo mai dato riferimenti filmici, perché non volevamo limitarci; abbiamo parlato di letteratura”.

 

 

“Fin da ragazzi, abbiamo amato il cinema di Coppola, di Scorsese e di Rossellini, ma abbiamo amato anche The Wire, Friday Night Lights e Dawson’s Creek; abbiamo amato I Simpson, che sono la cosa più bella che sia mai stata trasmessa in televisione. E abbiamo sempre amato letteratura, fumetti, film. Tutto quello che è narrazione. Non c’è mai una divisione netta; non ci sono confini. Avere a disposizione 90 minuti o 10 ore non cambia l’approccio: tutto ritorna sempre allo stesso desiderio incontrollabile, bulimico, di raccontare qualcosa che ti appartiene, che è estremamente forte, ma che è invisibile“.

 

“Ci affacciamo a questa nuova prospettiva, che è la televisione, convinti che non scalzerà il cinema, ma che anzi ci aiuterà a lavorare ancora meglio. È una palestra. E il nostro approccio rimane sempre lo stesso, e cioè: dobbiamo raccontare una storia, e dobbiamo fare in modo che questa storia emozioni“.

 

Favolacce dice che non è il luogo a determinare chi sono le persone, ma è il contrario: e sono le persone che determinano il luogo. Favolacce è stato una risposta a chi ha ignorato La terra dell’abbastanza perché ambientato nella periferia. Dopo averlo visto, è difficile uscire dalla sala con la coscienza a posto; parla degli insospettabili, parla della provincia, parla di tutti quanti noi. Noi facciamo i film per raccontarci. Ma non per raccontare la nostra vita. Certo, anche quello fa parte del gioco; ma prima, molto prima, deve venire l’arte, poi l’artista”.

 

 

I protagonisti di entrambi i film sono dei naufraghi, solo che quelli della terra dell’abbastanza sono in piena tempesta mentre quelli di Favolacce sperduti in un mare calmo e piattissimo”.

 

Adesso scriviamo una sequenza interrogandoci immediatamente sul come la gireremo sul set. Se ci è confusa la sua futura messa in scena, la eliminiamo. Anni fa per noi un film era invece terminato quando sulla sceneggiatura c’era scritto Fine.

 

“Le sceneggiature per il cinema si possono scrivere in due. Inoltre non editiamo un bel niente. Io le mando a Fabio via email, lui la commenta dicendo “Ok” oppure “Mhhh”… E viceversa. Mai nulla di più eclatante. Non ci diamo consigli perché in realtà sappiamo quando una cosa è bella e sincera e quando invece si dimena per arrivare da qualche parte e finisce per diventare un piagnisteo di retorica e noia“.

 

“Considera che anche per le sceneggiature funziona così. Ne scrivi una, poi la lasci perdere per un po’. Come il vino. Deve passare un po’, poi torni e vedi se il raccolto era buono o se non valeva granché“.

 

Le dichiarazioni di Fabio e Damiano D’Innocenzo sono tratte dalle seguenti interviste:

 

http://www.ondacinema.it/speciali/scheda/intervista-ai-fratelli-dinnocenzo-il-buon-cinema-e-sempre-gratuito.html

https://www.lastampa.it/spettacoli/cinema/2020/03/11/news/i-fratelli-d-innocenzo-veniamo-da-tor-bella-monaca-ma-la-nostra-era-la-oxford-della-periferia-1.38579936

https://www.uzak.it/blog/su-favolacce-intervista-a-fabio-e-damiano-d-innocenzo.html

https://www.taxidrivers.it/144222/top-stories/non-solo-favolacce-intervista-con-i-fratelli-dinnocenzo.html

Tre corsisti Tracce vincono il Premio Solinas per la migliore sceneggiatura

Dal corso di sceneggiatura al Premio Solinas. Benedetta Mori, Giuliano Scarpinato e Chiara Tripaldi sono tre studenti del Corso di sceneggiatura di II livello, XXIII edizione, che sta volgendo alla conclusione.

 

Fin dall’inizio del corso, avevano un progetto di sceneggiatura che convinceva molto, sul quale – complice anche la pausa imposta dalla pandemia – i tre hanno lavorato molto, aiutati anche dai tutor Luca e Laura che ne avevano visto le potenzialità.

 

Bene, fatto sta che la sceneggiatura è stata completata ancora prima della fine del corso, e dato che era nei termini è stata spedita al Premio Solinas, che ieri le ha attribuito il primo premio.

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Parte ad aprile 2024 il corso di sceneggiatura di Tracce. Selezioni in corso

corso sceneggiatura tracce

 

Ad aprile 2024 è in programma l’inizio della nuova edizione del corso di sceneggiatura di Tracce, Scrivere un film, giunto alla sua cinquantunesima edizione.

 

Il corso si articola nella nuova forma in due moduli contemporanei. Il primo modulo è riservato agli esordienti che desiderano apprendere le tecniche base del racconto cinematografico (primo modulo del corso) e arrivare alla realizzazione di un soggetto per il cinema. 

 

Il secondo modulo invece è riservato ai corsisti già in possesso di una formazione di base che desiderano realizzare un trattamento cinematografico o una sceneggiatura completa, professionalmente idonea per partecipare ai concorsi o a essere sottoposta agli addetti al lavori, produttori e case di produzione.

 

Entrambi i moduli sono condotti da docenti sceneggiatori e produttori professionisti con i quali lavorare assieme, a stretto contatto, conferisce un valore ulteriore alle competenze acquisite.

 

Un’occasione unica per farsi conoscere e far conoscere il proprio talento.

 

I docenti di entrambi i corsi sono:

 

Il corso di sceneggiatura si svolge a Roma. Tutti i dettagli del corso sono indicati nella pagina relativa al corso.

 

Per candidarsi o per maggiori informazioni, utilizzare il modulo sottostante.

 

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